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Miniatura
tardomedievale che raffigura Alessandro Magno calato in
mare in un curioso contenitore.
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Progetto
di
palombaro di Mariano di Jacopo (sec. XV).
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Progetto
di palombaro dell'Anonimo della guerra Ussita (sec. XV).
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Studio
di Leonardo per il respiratore e le due valvole (Cod.
Atlantico, c. 647 v, ex 237 v b).
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Il
palombaro di Leonardo nella ricostruzione del Museo della
Scienza di Milano.
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Il
problema di riuscire a muoversi agevolmente e operare sott'acqua
- ad esempio allo scopo di recuperare materiale disperso sui
fondali - si affaccia assai presto alla mente dell'umanità.
I
Greci lo risolvono facendo ricorso alla cosiddetta "campana
pneumatica", grosso contenitore privo di fondo sotto
la cui protezione il subacqueo può immergersi e respirare:
la pressione dell'aria contenuta nella campana, infatti, impedisce
l'ingresso immediato dell'acqua.
La
quantità di ossigeno presente, tuttavia, è
ridotta e destinata ad esaurirsi rapidamente e ciò
rende lo strumento di scarsa efficacia, in quanto limita sensibilmente
l'autonomia dell'operatore. Nonostante ciò, dispositivi
di questo genere rimangono in uso ancora per secoli e ad essi
verosimilmente si riferisce il filosofo inglese Ruggero
Bacone, il quale nel XIII secolo annota che "si possono
pure fare strumenti per camminare sul fondo del mare o dei
fiumi senza pericoli per la propria vita", ricordando
che Alessandro Magno se ne serviva spesso per esplorare
i fondali marini.
Come
abbiamo visto, la campana pneumatica non riesce a garantire
due esigenze fondamentali per il lavoro subacqueo: la libertà
di movimento e la permanenza sul fondo per tempi prolungati.
Si rende dunque necessaria l'adozione di un dispositivo diverso,
più agile e che soprattutto consenta il costante rifornimento
d'aria tramite un collegamento permanente con la superficie.
La nuova soluzione, che si affaccia nei trattati tecnici del
'400 come quelli del senese Mariano di Jacopo, detto
Taccola, e del cosiddetto Anonimo della guerra Ussita,
è quindi quella del palombaro. Le proposte avanzate
da questi autori, tuttavia, appaiono appena abbozzate e non
analizzate tecnicamente e per di più il problema della
respirazione viene risolto in maniera alquanto semplicistica,
tramite cioè l'adozione di un elmo o cappuccio munito
di un lungo tubo, mantenuto alla superficie mediante galleggianti.
Anche Leonardo adotta la soluzione del palombaro, ma
diversamente dagli autori contemporanei il suo approccio è rigorosamente tecnico-scientifico.

Egli realizza immediatamente che il sistema di respirazione
a tubo semplice è del tutto inadeguato, in quanto non
consente un efficace ricambio: a lungo andare, infatti, l'aria
espirata finirebbe per ristagnare nel tubo, ostacolando se
non impedendo l'afflusso di quella fresca. Per funzionare,
il sistema deve quindi incanalare aria fresca e aria viziata
in condotti separati e l'artista adotta infatti due tubi,
muniti ciascuno di una valvola che ne regola l'apertura e
la chiusura. Le due valvole vengono azionate dalla
respirazione ed hanno funzionamento alternato: quando una
si apre, l'altra si chiude. In tal modo, con l'inspirazione
l'aria fresca può affluire dal primo tubo, mentre con
l'espirazione l'aria viziata viene immessa nel secondo e fatta
defluire verso l'esterno. Il sistema è mantenuto alla
superficie dell'acqua mediante un grosso galleggiante a forma
di cupola.
Leonardo
è attento anche alla struttura dei tubi, che
realizza utilizzando più canne collegate fra loro mediante
giunti speciali. Allo studio di tali giunti egli dedica particolare
attenzione, munendoli di molle interne di acciaio temperato
e rivestendoli di una doppia guaina in cuoio, in modo da renderli
resistenti alla pressione dell'acqua che potrebbe altrimenti
schiacciarli, interrompendo l'afflusso di ossigeno.
Ma
l'artista non si occupa soltanto del sistema di respirazione,
differenziandosi anche per questa via dai tecnici contemporanei.
Egli affronta il progetto del palombaro in un'ottica globale,
non trascurando alcuno dei problemi legati all'immersione,
e la dotazione che prevede lo dimostra ampiamente: un abito
apposito formato da calzoni, giubba e cappuccio; sacchetti
di sabbia con funzione di zavorra ed un otre gonfiabile e
sgonfiabile per favorire la discesa e la risalita; un coltello
per liberarsi, nel caso il subacqueo rimanga impigliato in
una rete e perfino dei sacchetti in cui raccogliere eventuali
rifiuti organici.
Contrariamente
all'impiego civile, che sembra contraddistinguere i progetti
degli altri autori, il palombaro di Leonardo ha tuttavia un
utilizzo eminentemente bellico. Lo ritroviamo infatti
in chiara connessione con studi di strumenti per provocare
squarci nel fasciame di navi nemiche e assai significativa
è la raccomandazione che l'artista rivolge al suo potenziale
subacqueo di fare prigionieri. Leonardo trascura l'aspetto
economico, suggerendo al suo uomo di garantirsi il compenso
- pari alla metà della taglia (il riscatto dei
prigionieri?) - mediante stipula di un regolare contratto:
"ma prima fa patto per istrumento, come la metà
de la taglia sia tua, libera senza alcuna accezione".
in collaborazione con Apogeo
Editore
www.apogeonline.com
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