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L'INVENTORE CHE NON C'È

Voglio fare l'inventore! Queste parole oggi sono pronunciate solo dai bambini o dai sognatori, magari mentre visitano le gallerie del nostro Museo, affascinati dalla visione di macchine perfette che perpetuano la memoria di grandi personaggi come Samuel Morse, Antonio Meucci, Thomas Alva Edison o Guglielmo Marconi.


Thomas Alva Edison così come si fece abilmente fotografare alle 5 del mattino del 14 giugno 1888, dopo 72 ore di lavoro ininterrotto per la costruzione della sua macchina parlante, il Fonografo.

Voglio fare l'inventore! Solo l'innocenza, oggi, può far pronunciare tali parole, autorizzando il sogno di emulare i grandi personaggi sopra citati. Sembra, infatti, che nonostante la nostra società sia sempre più caratterizzata dall'innovazione tecnologica, nel XXI secolo non ci sia più posto per la figura romantica dell'inventore e ancor di più per la sua celebrazione.

Chi conosce il nome dell'inventore del cellulare? O quello di chi ha inventato il Compact Disc (CD) o il Display a Cristalli Liquidi (LCD)? Bastano queste poche domande per farci intuire quanto poco la nostra società sia interessata alle storie degli inventori. Per la maggior parte di noi le invenzioni degli ultimi decenni sono figlie di nessuno, una sorta di frutto naturale dell'evoluzione tecnologica.
Eppure vi è stato un periodo della nostra recente storia in cui gli inventori e le loro vicende trovavano ampio spazio nelle cronache o nelle severe pagine di economia dei più importanti quotidiani. Vi è stato un periodo in cui intraprendere la professione dell'inventore era una scelta codificata e redditizia e non un ingenuo sogno da bambini. Un periodo in cui gli adulti, gli stessi che oggi sorridono sentendo il proprio figlio ambire a questa anacronistica professione, investivano ingenti capitali sulle idee di questi geniali personaggi.

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Vi è stato un periodo in cui intraprendere la professione dell'inventore era una scelta codificata e redditizia e non un ingenuo sogno da bambini.


In questo breve articolo proveremo ad analizzare le ragioni per cui, oggi, l'inventore sembra essere tornato ai margini della nostra Storia e i motivi che, invece, lo hanno reso un personaggio così rilevante durante buona parte dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento. Secondo gli storici, solo alla fine della prima Rivoluzione Industriale, cioè intorno alla metà dell'Ottocento, l'inventore uscì dall'ombra della Storia, guadagnando il centro della ribalta sociale. Dopo secoli di oscuro lavoro, l'inventore venne illuminato dalla luce di potenti riflettori, fino ad allora destinata soltanto a eroi di battaglie, monarchi, scienziati e grandi esploratori. E, al pari di questi grandi personaggi della Storia, l'inventore assunse improvvisamente il ruolo di benefattore dell'umanità e di vero e proprio eroe del suo tempo. Questa mutata attenzione per l'inventore - ma più in generale per l'innovazione - è rappresentativa di una nuova situazione sociale ed economica, frutto della Rivoluzione Industriale, in cui la tecnologia assunse un ruolo rilevante per la creazione di benessere e ricchezza nei Paesi industrializzati (o in quelli che si stavano industrializzando).

Grazie ai progressi economici e sociali raggiunti durante la Prima Rivoluzione Industriale, tra il 1780 e il 1830, la neonata classe impreditoriale inglese, solidale ai più numerosi tecnici e operai, iniziò a reclamare con orgoglio una maggiore attenzione per il proprio lavoro e per i benefici portati alla vita del proprio Paese. Come icona di questo "movimento" venne scelto l'inventore, vero e proprio simbolo di un nuovo mondo in cui ingegno, intraprendenza e innovazione stavano ridisegnando nel profondo la vita sociale ed economica di un intero Paese. Non è un caso che nel 1834 in onore di James Watt (1736 - 1819), l'inventore del primo efficiente motore a vapore, venne eretta una statua nell'Abbazia di Westminster a Londra, teatro delle incoronazioni e mausoleo dei monarchi britannici. Questo monumento fu il primo riconoscimento pubblico innalzato in memoria e in onore di un inventore.
In realtà fu l'intera società a riservare sempre maggiore attenzione a questa nuova figura: le cronache dei quotidiani dedicavano sempre maggiore spazio alle vite e alle imprese di questi eroi dell'innovazione; mentre i romanzieri, come Charles Dickens ed Elisabeth Gaskell, iniziarono a narrare le avventure di questi personaggi nelle loro opere più popolari.

A metà dell'Ottocento, quindi, nei paesi industrializzati come Inghilterra, Stati Uniti, Francia e Germania, la figura dell'inventore non era soltanto codificata ma addirittura esempio positivo a cui ispirarsi. E così, l'inizio della Seconda Rivoluzione Industriale (1850 circa) vide da subito l'inventore come protagonista assoluto. Diversamente da quanto successo durante la Prima Rivoluzione Industriale, dove furono protagonisti il carbone e le grandi macchine a vapore, questa seconda rivoluzione prese vita dalle nuove ricerche svolte nell'ambito dell'elettromagnetismo e dalle loro prime applicazioni pratiche nelle telecomunicazioni e nella produzione e trasporto dell'energia. Un'intera generazione di tecnici, spesso autodidatti e ispirati proprio dal mito dell'inventore, si cimentò con passione nell'invenzione e nella costruzione di macchine e strumenti che sfruttavano i nuovi fenomeni scoperti dalla comunità scientifica.

Il giovane Marconi al suo arrivo a Londra nella primavera del 1896. Davanti a sé i suoi strumenti per telegrafia senza fili.

Nella seconda metà dell'Ottocento la passione per l'invenzione dilagò come non mai.
Due dati possono aiutarci a comprendere la rilevanza di questo fenomeno:
1) Tra il 1850 e il 1900, solo al Patent Office degli Stati Uniti sono stati depositati e concessi circa un milione di brevetti relativi a nuove invenzioni
2) In tutto il mondo industrializzato, durante questo periodo (a partire da Londra, 1851) vennero organizzate centinaia di Esposizioni Universali o Internazionali per celebrare i nuovi prodigi e le nuove innovazioni della tecnica.

Ma chi erano questi inventori? Come operavano? Dove si formavano?
La maggior parte dei più celebri e fortunati inventori di questa generazione non apparteneva all'Accademia: quasi tutti erano accomunati da una formazione conseguita lontano dalle aule universitarie. Le biografie più note che confermano questa affermazione sono quelle di Thomas Alva Edison (1847-1931) inventore di lampadina, fonografo e microfono, Alexander Bell (1847-1922) inventore del telefono e Guglielmo Marconi (1874-1937) inventore della radio.
Nel foltissimo elenco di inventori di questo periodo figurano anche musicisti come David Hughes e Charles Wheatstone, pittori come Samuel Morse, attrezzisti teatrali come Antonio Meucci o uomini di fede come Giovanni Caselli. Ad accomunarli era la voglia di raggiungere lo status di inventore-eroe che in quegli anni veniva celebrato dalla stampa e il sogno di poter raggiungere notorietà e fortuna economica grazie alle proprie invenzioni. Grazie a questo contesto positivo i loro nomi oggi vengono studiati sui libri di storia e le loro macchine vengono conservate ed esposte nei più importanti musei di tutto il mondo. Macchine di un fascino estremo in cui vetro soffiato, ottoni e legno di mogano ed ebanite fanno da cornice a meccanismi perfetti, montati "a giorno", quasi per celebrare la razionalità elegante della scienza che li ha generati.

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Le invenzioni che oggi caratterizzano il mondo dell'innovazione tecnologica sono il frutto di un più articolato processo, in cui centinaia di singole intuizioni, brevetti e idee si fondono e convergono in nuovi dispositivi.


Oggi, invece, i prodotti della tecnologia celano i propri meravigliosi "meccanismi" (la loro vera anima!) dietro involucri e interfacce inespugnabili. A essere inespugnabile, inoltre, non è solo l'oggetto e i suoi segreti tecnologici ma anche la storia e il nome di chi quell'oggetto lo ha inventato. Un'attenta osservazione dei prodotti della tecnologia mostra come nell'Ottocento questi presentavano in primo piano la firma dell'inventore attraverso la dicitura Invented by o Patented by; durante il Novecento si è passati invece a celebrare le aziende (i marchi) attraverso la dicitura Made by. Mentre negli ultimi decenni l'attenzione viene postata all'involucro e alla forma dell'oggetto attraverso la formula Design by.

L'epoca dei grandi inventori che con le loro intuizioni incantarono il mondo iniziò a tramontare con l'inizio del XX secolo. Furono gli stessi grandi gruppi industriali nati dalle intuizioni di questi personaggi a cancellare il mito dell'inventore solitario. I fattori che determinarono il declino di questa romantica figura furono molteplici, legati principalmente a nuovi modelli economici di produzione e alla crescente complessità degli apparati tecnologici di supporto all'innovazione. Le invenzioni che oggi caratterizzano il mondo dell'innovazione tecnologica sono il frutto di un più articolato processo, in cui centinaia di singole intuizioni, brevetti e idee si fondono e convergono in nuovi dispositivi. Solo le grandi aziende, attraverso i centri di Ricerca e Sviluppo (in inglese, Research and Development, R&D) e con l'acquisizione dei brevetti necessari, sono il grado di finanziare tali processi. Nei centri R&D sparsi per tutto il mondo lavorano migliaia di abilissimi tecnologi che con le loro attività affinano e trasformano giornalmente il nostro ambiente tecnologico. Tuttavia, per loro sfortuna, nessuno di questi "silenziosi" innovatori, può raggiungere oggi la fama degli Inventori dell'Ottocento e dei primi Novecento. Un evento in particolare può essere preso come simbolo della fine dell'epoca degli inventori solitari.
Edwin Armstrong, il tecnico che tra il 1923 e il 1933 inventò la tecnologia di modulazione di frequenza (FM) usata nella radiofonia moderna, si tolse la vita nel 1953 a New York per via di una depressione causata da anni di lotte legali contro la RCA (colosso delle telecomunicazioni americane) per ottenere i riconoscimenti e i diritti di questa sua importante invenzione. Possiamo considerare questo tragico evento come la fine dell'avventura degli inventori solitari e il segnale che l'innovazione tecnologica era ormai passata di mano alle grandi industrie e ai loro organizzatissimi centri di ricerca e sviluppo.
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