Da Nemi a Milano: l'idea di un sogno

"Caro Guido, da qualche tempo vedo susseguirsi sui giornali notizie circa il Museo della Tecnica. La grande idea che è la tua ed alla quale hai dedicato anni ed anni di appassionato ed intelligente lavoro, si è dunque finalmente realizzata."


La seconda antica nave romana completamente emersa.

"Lascia che ti esprima le mie entusiastiche felicitazioni e i miei fervidi auguri per lo sviluppo del tuo Museo. Ma lascia anche fin d’ora ti chieda di voler dedicare una parte delle tue ammirevoli energie a questioni di comune interesse, (...). Non è necessario che ti rammenti la battaglia che io vengo da più anni sostenendo per ristabilire il contatto tra il mondo dell’arte e il mondo della tecnica; per dimostrare che nessuna frattura esiste tra due espressioni diverse ma ugualmente essenziali della creatività umana...".
Questo brano è estratto da una lettera di Giulio Carlo Argan a Guido Ucelli di Nemi – fondatore del nostro Museo – che scrive nell’ottobre del 1952 a ormai pochi mesi dall’inaugurazione del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano avvenuta il 15 febbraio 1953.

L'impresa del lago di Nemi permise a Guido Ucelli di creare un eccellente precedente, un metodo, una "grande idea" rispetto al recupero di imponenti oggetti che fanno parte del nostro patrimonio culturale, tecnico, scientifico e industriale e che caratterizzano oggi anche il "suo Museo" di Milano.


L'"idea" di un Museo dedicato all’Industria e alla Tecnologia italiana era nata più di un secolo prima, ma solo Ucelli riesce realmente a costruire tutte le condizioni necessarie a realizzarla. Già nel 1837 Giuseppe De Cristoforis (Fondatore, sempre a Milano, del Museo di Scienze Naturali) auspica che possa presto nascere un analogo Istituto dedicato all’industria e alla tecnologia. Nel 1862 Giuseppe De Vincenzi (commissario per l’Esposizione universale di Londra) ipotizza un centro scientifico-tecnologico a Torino, con l’obiettivo di promuovere l’istruzione professionale ed il progresso delle industrie.

Le idrovore utilizzate per svuotare il lago di Nemi.

Quest'ultimo tentativo arriva ad ottenere nel 1865 un primo fondo di ben 300.000 lire e una sede a Torino presso l’edificio lasciato libero dal Ministero della Guerra, in seguito al trasferimento a Firenze. Ma di questo grandioso progetto si sviluppa soprattutto la parte riguardante l’istruzione professionale e l’ingegneria, a discapito della raccolta di documenti, prodotti lavorati e cimeli che verrà da prima trasferita presso il castello del Valentino e poi persa a causa di un bombardamento durante la Seconda guerra mondiale.

La grande svolta si ha nel 1908 quando il professor Giuseppe Belluzzo del Politecnico di Milano sostiene la necessità di istituire un Museo dell’industria dal quale non solo gli studiosi ma anche i profani e i più giovani avrebbero potuto trarre profitto culturale. Raccogliendo e sviluppando le idee dei precursori, oggi i moderni musei sono degli strumenti di comunicazione, aventi come scopo la comprensione e la diffusione delle conoscenze umane. Questo ambizioso obiettivo generale, in ambito museale deve essere perseguito utilizzando diversi elementi tra loro combinati. Le collezioni storiche, il cui primario compito è quello di creare un momento evocativo, emozionare, ricordare come protagonisti tradizionali dei musei – gli oggetti storici, i reperti e i documenti – siano il risultato di lavoro, ricerca, confronto, in cui l’elemento umano merita di essere considerato e presentato. Se in quest’ottica ripercorriamo l’opera-museale di Guido Ucelli, si nota che tra le sue tante azioni una, quella del recupero di due antiche navi romane negli anni Trenta non è solo un gesto ingegneristico unico ma un’operazione culturale senza precedenti.


Le navi di Nemi

Le "navi di Nemi" furono costruite sul lago laziale per ordine di Caligola, per trascorrervi i suoi otia o per celebrarvi riti e feste in onore di Diana.

Testa di leone recuperata dalla seconda nave.


Si trattata di imbarcazioni a chiglia piatta, che misuravano una 73 metri di lunghezza per 24 di larghezza e l'altra 71 per 20. Entrambe erano in robusto fasciame di pino, rivestite esternamente di lana catramata e di lamiere di piombo, fissate al fasciame con chiodini di rame, ricche di sovrastrutture murarie ed impreziosite di bronzi, marmi ed altri materiali pregiati.
Caligola, odiato per la sua dissolutezza e crudeltà, non fu solo vittima della congiura dei senatori ma fu anche colpito da damnatio memoriae, pena che comportava la distruzione di tutto ciò che una persona aveva realizzato. Da qui l’affondamento nel 41 d.C delle due imponenti navi-tempio nel piccolo lago laziale. Il primo tentativo concreto di recupero delle navi avviene nella prima metà del 1400 ad opera di Leon Battista Alberti, ma il recupero vero e proprio avverà solo nel 1932 grazie all’intervento della società milanese Riva Calzoni di proprietà dell'Ingegner Guido Ucelli che con delle potenti idrovore riuscì a canalizzare l’acqua del lago per svuotarlo. In tale occasione, l’ingegner Guido Ucelli fu insignito del titolo "di Nemi".
Non si trattò solo di svuotare un lago ma di effettuare studi su ogni parte o oggetto recuperati dal fondale e di rendere concreti elementi di studio e confronto con tutti, studiosi e pubblico. Questo metodo ha consentito, nonostante il drammatico incendio che alla fine della Seconda guerra mondiale distrusse totalmente le due navi e tutte le attrezzature che erano state recuperate – che il patrimonio immateriale prodotto da quella prodigiosa operazione fosse salvo per sempre.


Altre imprese: dalla Ebe al Toti

In qualche modo l’esperienza e l’impresa del lago di Nemi permise a Guido Ucelli di creare un eccellente precedente, un metodo, una "grande idea" rispetto al recupero di imponenti oggetti che fanno parte del nostro patrimonio culturale, tecnico, scientifico e industriale e che caratterizzano oggi anche il "suo Museo" di Milano.

Il brigantino goletta Ebe (1921) esposto nella collezione Trasporti navali del Museo.

Oggi osserviamo la Nave Scuola Ebe con le sue 600 tonnellate di peso incastonata nel Paglione Navale del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, ripercorrendo il suo lungo viaggio da La Spezia a Milano nei primi anni ’60 e rileggendo tutto lo studio servito per il suo recupero. Oppure ammiriamo l’imponente struttura del sottomarino Enrico Toti, ripercorrendo il suo spettacolare trasporto attraverso le campagne lombarde nell’agosto del 2005. Riscopriamo quanto attuale fosse l’idea di Guido Ucelli e quanto questa sia viva nel Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, creando un invisibile collegamento tra i musei di Nemi (il Museo delle Navi di Nemi è aperto al pubblico con i pochi reperti sopravvissuti all’incendio del 1944: ma questa apparente "mancanza" sottolinea ed evidenzia proprio la tragica storia del luogo e la sua funzione originale) e di Milano rendendoli in parte estensione l’uno dell’altro.

Guido Ucelli fu in grado di sottolineare che non esistevano fratture tra i più svariati campi del nostro sapere. I "suoi" musei non sono dei semplici luoghi destinati al culto della memoria, ma luoghi di ricerca e confronto.

Marco Iezzi - Curatore Dipartimento Trasporti

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