L'ultimo viaggio prima della guerra sul Conte Biancamano

La prima volta che sono salita sul Conte Biancamano, ero al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, è stato per rincorrere uno dei miei figli che preso dalla smania del comando aveva già capito, lui, di trovarsi sul ponte di un grande transatlantico.


Bruno Paggi sul Conte Biancamano.

In quel momento, sono trascorsi quasi vent’anni, il nome Conte Biancamano rievocava incerti ricordi. È stato solo nell’autunno dell’anno scorso che, d’incanto, per una serie di fortunati eventi ho capito, ho associato, e allora l’ho visto davvero: era la nave di mio nonno. Naturalmente non la "sua" nave in senso stretto, ma quel transatlantico che nel lontano 1940 lo portava verso l’America Centrale non per cercare fortuna ma per salvare se stesso e la sua numerosa famiglia.

Mio nonno si chiamava Bruno Paggi. Era chirurgo, professore universitario a Pisa, ebreo. Quando ottiene la cattedra a Pisa ha poco più che 35 anni e la prospettiva di una brillante carriera. Ma come milioni di altri ebrei avrebbe dovuto fare i conti con l’alito mortale del nazifascismo. Nel 1938 viene espulso dall’università di Pisa insieme ad altri 20 professori ebrei, la storia di quella espulsione è raccontata nel bel libro di Francesca Pelini e Ilaria Pavan "La doppia epurazione. L'Università di Pisa e le leggi razziali tra guerra e dopoguerra" edito da Il Mulino. Quella espulsione rappresenterà - prima ancora di renderlo consapevole del terribile futuro - un tracollo economico per un uomo che con il suo incarico poteva finalmente sostenere la famiglia ormai numerosa. Per questo, per trovare un nuovo lavoro e sostentamento, parte nell’aprile del 1940, sul Conte Biancamano alla volta di Panama nell’ultimo viaggio del transatlantico (che sarà poi requisito dagli americani), prima dell’entrata in guerra dell’Italia.

Da quel transatlantico il 28 aprile del 1940 parte la bellissima lettera che racconta attraverso il suo sguardo sul mare un’epoca intera buia e terribile, ma anche carica di speranza.


Ed è dal ponte dove io rincorrevo il mio giovane figlio, che lui immaginava e scriveva di una vita futura. Da quel transatlantico il 28 aprile del 1940 parte la bellissima lettera che racconta attraverso il suo sguardo sul mare un’epoca intera buia e terribile, ma anche carica di speranza. Scriveva a Milena di questa nave immaginando il viaggio che lei, pensava, avrebbe certamente fatto di lì a pochi mesi per raggiungerlo con i sette figli e costruire così, insieme, il loro futuro. Scriveva dell’oceano e raccontava del timore che la censura postale avrebbe a lungo reso difficili le comunicazioni fra loro. Non andò naturalmente come lui aveva sperato. Lo scoppio della guerra, appena poche settimane dopo il suo arrivo a Caracas separerà la famiglia dolorosamente, inevitabilmente. E come lui aveva previsto impedirà qualunque comunicazione con l’Italia tanto a lungo da fargli temere una sorte terribile. Milena Sermoneta con sei dei sette figli riuscirà invece a salvarsi, fuggendo attraverso la Svizzera. Si ritroveranno nel 1946 al rientro di Bruno dal Venezuela. Non tornò con quella grande nave, ma io quando per lavoro o per diletto ripasso davanti al ponte del Conte Biancamano non posso trattenere un breve sorriso.

Vera Paggi - Giornalista

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