Il dono dell 'oriente
 
 
L'esempio più antico è greco e risale al III secolo a.C. Si trattava di uno strumento fornito di tastiera, canne e registri; l'aria era insufflata da un sistema di pressione ad acqua, da cui la denominazione hidraulis, cioè "organo idraulico". Fu impiegato nella civiltà romana e nell'area bizantina per celebrare festività pubbliche. Nell’anno 757, l’imperatore dell’Impero Romano d’Oriente, Costantino Copronimo, donò un organo al re dei Franchi Pipino il Breve.
L’organo inviato dall’imperatore d’Oriente, dall'’organologia odierna considerato uno strumento a mantici e non idraulico, faceva parte di una serie di omaggi che volevano suggellare il raggiungimento della pace tra le due nazioni: l’organo, quindi, è simbolo del potere imperiale e segno di regalità. Questo strumento non entrò ancora in chiesa, ma si limitò a decorare le feste nei saloni delle corti.
 

 

 

 

 

 

 

organo bizantino

 
La corte dei re franchi, nel tempo compreso tra Pipino il Breve e Ludovico il Pio (VIII-IX secolo), fu dunque il centro nativo e propulsivo di due avvenimenti di fondamentale importanza per la storia musicale europea: da un lato, la pratica costruttiva organaria, sorta con l’arrivo dell’organo bizantino e poi con la prima commissione organaria che si conosca, al prete Giorgio di Venezia, che affermava di saper costruire organi. L’imperatore lo mandò ad Aquisgrana col suo tesoriere Tancolfo e impartì l’ordine che gli fosse messo a disposizione tutto quanto era necessario per fare lo strumento. Lo strumento di Aquisgrana fu il prototipo dell’organo occidentale dopo quasi mezzo millennio di stasi, ma non riuscì a suscitare interesse nei palazzi imperiali.
Si trasferì nella quiete dei monasteri dove trovò le condizioni favorevoli al suo sviluppo. I monaci in quei secoli detenevano il monopolio dello studio in ogni disciplina. Le officine annesse ai conventi erano i "laboratori scientifici" del tempo, perfettamente attrezzati per la lavorazione dei metalli e del legno.
L’organo, rinato in un ambiente mistico, entra nelle chiese cristiane verso la fine del secolo IX. Papa Giovanni VIII si rivolse al vescovo di Frisinga in Baviera, perché gli inviasse un organo, che veniva suonato nei giorni di festa.
 
Dall’altro, non bisogna dimenticare che furono quelli gli anni in cui attraverso varie riforme liturgico-musicali, l’invio di cantori e antifonari da Roma, si operò la fusione tra il canto gallicano e il canto romano dalla quale scaturì l’odierno Canto Gregoriano.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

organo di Van der Goes, X secolo

 
A partire dal X secolo l’uso dell’organo si generalizza nell’Occidente cristiano ed entra stabilmente nelle chiese come parte integrante delle celebrazioni liturgiche. Non si tratta però di organi monumentali, tranne rare eccezioni, ma di organi di modeste dimensioni, da essere posati sopra una mensola, su di uno sgabello o addirittura sulle ginocchia del suonatore. Sono gli organi portatili detti portativi o ninfali. Constano di una cassetta rettangolare con le canne disposte su poche file e la cui tastiera va da nove a dodici tasti. Il suonatore è anche il tiramantici.
 
Successivamente si diffondono i positivi: avevano una tastiera più estesa, suonabile con entrambe le mani. Questo tipo di strumento è sopravissuto nell’organo moderno, come corpo (tastiera) separato dal Grand’organo, cioè l’organo di risposta. Nel XII secolo la diffusione dell’organo nelle chiese era una consuetudine ormai consolidata, anche se la tecnica doveva ancora essere perfezionata nei successivi secoli.
Per riempire le navate delle cattedrali il Positivo era insufficiente e si cercò di ampliare le sonorità dell’organo. Si costruisce allora un somiere più largo per ricevere un maggior numero di canne; i tasti vengono ridotti di misura per agevolare la diteggiatura dei suonatori. Un progresso tecnico fondamentale per l’evoluzione dell’organo fu l’invenzione del ventilabro comandato dal tasto. La massa sonora dell’organo per lungo tempo nel Medioevo non poté essere variata con congegni di selezione dei registri. L’introduzione del ventilabro rese possibile le variazioni della dinamica del suono.
Si prospettavano due soluzioni: raggruppare le canne in più somieri dotati di propri manuali (tastiere) oppure inserire nei ventilabri ulteriori meccanismi di regolazione. Entrambe le soluzioni furono accolte nell’organo classico d’oltralpe, che si distinse dagli strumenti italiani proprio per questa doppia strutturazione di registri (voci) e corpi d’organo (tastiere).
 
Nei secoli successivi si perfezionarono i meccanismi, le voci e i timbri; le scuole nazionali caratterizzeranno i loro strumenti in maniera determinante ma la concezione d’impianto dello strumento rimarrà fondamentalmente la stessa.
 

L’organo, dunque, entrato nella cultura occidentale già rivestito di significati regali, come simbolo del potere imperiale bizantino, ne assume altri ed, in particolare, diventa l’immagine dell’harmonia mundi, come terrena rappresentazione della musica generata dalla macchina cosmica. Il ripieno dell’organo, indivisibile nelle sue file di registri e sempre completo, non era tanto legato ad un’idea di funzionalità pratica (ad esempio l’accompagnamento del coro), ma piuttosto di rappresentatività simbolica di una realtà ultraterrena. Ed anche la collocazione dell’organo in alto rispetto al piano del pavimento della chiesa – su cantorie ardite e altissime – non risponde soltanto a ragioni pratiche di protezione o di migliore resa acustica ma anche, e prima di tutto, sgorga da una concezione speculativa nella quale il suono dell’organo riflette l’aspetto uditivo della cosmologia cristiana e quindi non può che venire dall’alto.

 

L’organo diventa così una specie di concentrato dell’arte terrena: in esso confluiscono le più qualificate competenze umane nell’unica direzione, spesso definita in cima alla cassa lignea con la scritta “soli Deo gloria”. Nella sua fisicità materiale-strumentale e nelle sue manifestazioni sonore, questo strumento deve docère, delectare e movère. I tre gradi della persuasio retorica, ottenuti per via intellettuale (docère) o emozionale (delectare e, con un effetto più intenso, movere), possono benissimo essere applicati all'organo, nelle sue prerogative liturgiche e nei suoi risvolti "affettivi" sull'animo umano.