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  Francesco di Giorgio Martini (sec. XV). Pianta di città.
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  Veduta complessiva del plastico della città ideale ricostruito dal Museo della Scienza e della Tecnologia.
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La città  ideale

Il tema della città  ideale affascina anche Leonardo che comincia ad ccuparsene a Milano sul finire degli anni '80 del Quattrocento.

Fra i miti tipicamente rinascimentali, vi è quello della città  ideale. Si tratta di una città  perfetta, ordinata e razionale, costruita con riga e compasso, dalla pianta rigorosamente geometrica e dalla gelida precisione architettonica. Una città  quindi tutta intellettualistica e teorica, che ritorna frequentemente nei trattatisti dell'epoca, da Leon Battista Alberti a Filarete a Francesco di Giorgio Martini, fino ad arrivare ai grandi architetti del Cinquecento.

Concepita per manifestare visivamente la potenza del signore, la città  ideale stenta tuttavia a tradursi in realtà: i costi imponenti e la lunghezza dei tempi di realizzazione rendono la costruzione di insediamenti ex-novo un fenomeno estremamente sporadico, facendo preferire interventi settoriali sul tessuto urbano preesistente, limitati alla risistemazione dei quartieri attorno al palazzo del principe.

A differenza dei trattatisti contemporanei, però, Leonardo ricerca un'organizzazione dello spazio non tanto geometrica quanto funzionale, in modo da dar soluzione ai diversi problemi della vita quotidiana: dal traffico, agli approvvigionamenti, alle esigenze igienico-sanitarie. Queste ultime giocano infatti un ruolo di primaria importanza nella progettazione vinciana, e non è un caso che i suoi studi per la città  ideale si collochino all'indomani di una grave epidemia di peste, abbattutasi sulla capitale sforzesca nel 1485.

Le città  della fine del Medioevo hanno infatti una struttura quanto mai favorevole al propagarsi dei contagi: vie strette e tortuose, alta densità  abitativa - specie nei quartieri più poveri -, scarichi fognari a cielo aperto, igiene personale assai precaria, grande diffusione di topi e parassiti. Per ovviare a una situazione tanto esplosiva sotto il profilo sanitario, Leonardo
propone un tessuto urbano molto più aperto, caratterizzato da strade ampie e rettilinee e da una presenza capillare di corsi d'acqua.

La città  deve sorgere infatti in prossimità  di un fiume dal corso abbastanza veloce da non creare ristagni che possano inquinare l'aria. Attraverso chiuse e conche l'acqua del fiume viene convogliata nell'abitato mediante una rete di canali, grazie ai quali è possibile provvedere innanzitutto alla pulizia urbana ("... sarà  comodità  di lavare spesso la città ... ") e al deflusso dei liquami, per i quali viene studiato un vero e proprio sistema fognario sviluppato a livello sotterraneo.

Se l'aspetto igienico-sanitario resta essenziale, i canali assolvono comunque anche ad altre importanti funzioni, come quella di garantire le comunicazioni e di agevolare gli approvvigionamenti. Il traffico merci avviene infatti, almeno in parte, per via idrica, la quale è organizzata in modo tale da consentire lo scarico delle derrate perfino all'interno dei singoli palazzi: alcuni di essi sono infatti muniti di magazzini seminterrati, cui si accede direttamente dal canale esterno mediante una piccola darsena.

La rete dei canali è dunque integrata in un sistema viario rigorosamente organizzato, che comprende, oltre ad essi, strade destinate al traffico veicolare e popolare, per le quali "deono andare i carri e altre some a l'uso e comodità  del popolo" e, ad un piano superiore, strade destinate esclusivamente alla circolazione dei "gentili omini".

La città  si configura quindi come articolata su due livelli, secondo un criterio di rigida separazione fra attività  produttiva e occupazioni gentilizie, che si riflette nella stessa strutturazione del palazzo signorile. Ai piani nobili, cui si accede dalla strada alta, si svolge infatti la vita della famiglia del proprietario, mentre il piano inferiore è riservato ai locali di servizio (cucine, dispensa, legnaia) e si apre su un ampio cortile comunicante con la strada bassa.

Il classismo che traspare con evidenza da questa impostazione non deve però fare meraviglia: non dobbiamo infatti dimenticare che Leonardo è pur sempre un uomo del suo tempo e la sua città  - con le eleganti architetture, le strade porticate, i palazzi adorni di attici e terrazzi - è comunque progettata secondo un'ottica gentilizia, comune del resto a tutti i progetti analoghi dell'epoca. E come gli altri, nonostante il suo sforzo in senso funzionale, anche quello leonardiano non è concretamente realizzabile, e verrà   infatti abbandonato allorché, alcuni anni più tardi, si porrà  in concreto il problema della risistemazione urbanistica di Milano.

Restano comunque la bellezza e la modernità  di questo sogno utopistico, che il Museo della Scienza e della Tecnologia ha ricostruito in un plastico assemblando i singoli progetti vinciani, con l'obiettivo di restituire, se non l'aspetto, almeno la suggestione che la città  doveva avere nella mente dell'artista.

in collaborazione con Apogeo Editore
www.apogeonline.com


 
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