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  In alto: modello di argilla rifinito nei particolari
In basso: calco a tasselli sul modello di argilla

   
       
     
  In alto: Ricomposizione dei tasselli con strato di cera
In basso: introduzione dell'armatura e della terra di fusione

   
       
     
  In alto: anima di terra con armatura
In basso: strato di cera e forma pronta per il getto

   
       
 
Il problema della colata

Risolto il problema della forma, Leonardo deve affrontare quello della colata, per la quale decide di procedere con un getto solo, salvo forse la coda, la cui complessità di realizzazione sembra suggerire una fusione a parte.

La fusione in un getto comincia a diffondersi nel Quattrocento, contrapponendosi a quella tradizionale in parti separate e poi saldate assieme e rifinite, rispetto alla quale risulta di assai più complessa realizzazione. Del resto, proprio le sue difficoltà tecniche, oltre alla resa estetica, sembrano fare di essa una sorta di ideale con cui gli artisti rinascimentali sono indotti a misurarsi ed è probabilmente per questo che Leonardo si ostina a tentarla, nonostante tali difficoltà siano ingigantite oltre misura dall'enorme mole del monumento.

I maggiori ostacoli derivano dalla scelta della tecnica fusoria e della procedura da adottare per mantenerne l'enorme quantità di metallo a temperatura costante nel corso della colata.
Riguardo al primo problema Leonardo studia due possibili alternative: fondere in verticale, collocando la forma rovesciata, con la testa del cavallo in basso e gli zoccoli in alto, oppure fondere in orizzontale, collocando la forma a giacere sul fianco.
Entrambe le soluzioni presentano difficoltà di cui egli è ben consapevole. Una fusione in verticale richiederebbe infatti una fossa profondissima che finirebbe per avvicinarsi troppo alla falda freatica, creando un'umidità dannosa per la fusione e difficilmente eliminabile. Per di più Leonardo ha il timore che il peso delle zampe, che devono essere gettate piene, possa sfondare le parti sottostanti.

Una fusione in orizzontale, invece, rischierebbe di comportare un raffreddamento non uniforme del metallo, ostacolandone quindi la distribuzione.
A complicare ulteriormente le cose giunge il secondo problema cui si accennava sopra, ossia la necessità di garantire al bronzo una temperatura costante durante tutta la colata. Date le dimensioni della statua esso non è risolvibile con la prassi usuale di impiegare una sola fornace; Leonardo progetta allora di attivarne diverse contemporaneamente, ma la loro dislocazione crea ulteriori difficoltà.

Collocarle tutte a livello del terreno sarebbe naturalmente la soluzione più immediata, ma se essa può andare bene nel caso di fusione in orizzontale, diventa improponibile qualora si decida di fondere in verticale, poiché il bronzo, dovendo scendere da un'altezza così elevata, finirebbe inevitabilmente per raffreddarsi prima di aver raggiunto tutte le parti della statua. Nell'esaminare quest'ultima ipotesi Leonardo prevede allora di distribuire i forni su più livelli sovrapposti lungo i fianchi della fossa. Procedimento, questo, molto complesso da attuare e che comunque non dà garanzia di risultati ottimali.
Entrambe le scelte - fusione in verticale e fusione in orizzontale - presentano quindi sia vantaggi che inconvenienti, che Leonardo analizza accuratamente. Una nota contenuta nel secondo codice di Madrid - "A dì 20 di dicienbre 1493 conchiudo gittare il cavallo sanza coda e a diacere" - lascerebbe pensare che egli sia orientato verso questa soluzione, ma in realtà il fatto che le sue ricerche proseguano anche oltre il 1493 rende difficile affermare con certezza che questa sia veramente la decisione definitiva.

Leonardo appare dunque perfettamente conscio dell'enormità dei problemi tecnici connessi alla realizzazione del monumento Sforza, tanto da temere ad un certo punto di non riuscire a concludere l'opera. A testimonianza dei suoi dubbi resta la minuta di una lettera del 1497 per i Fabbricieri del duomo di Piacenza, in cui, parlando di sé, egli scrive: " …Lonar fiorentino, che fa il cavallo del duca Francesco di bronzo, che non ne bisogna fare stima, perché ha <a> che fare il tempo di sua vita, e dubito che, per l'essere sì grande opera, che nolla finirà mai".


Tratto dal Cap. 5 de "Un Cavallo per il Duca"

Anthelios Editore

< I due cavalli

< Nascita di un monumento

< La sfida della fusione

> Bibliografia
 



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