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La sfida della fusione

La questione più complessa e che apre il maggior numero di interrogativi riguardo al monumento Sforza è quella tecnica della fusione, di cui Leonardo si occupa a più riprese, lasciandone testimonianza in numerosi appunti rintracciabili anzitutto nei fogli di Windsor e nel secondo codice di Madrid. Gli studi si concentrano in particolare negli anni 1491-1494, probabilmente perché questo è il periodo in cui egli cambia programma iconografico, passando ad un progetto di dimensioni abnormi che sono destinate a dilatare e ad esasperare i problemi sempre legati alla fusione in bronzo.
Di tali problemi egli è perfettamente a conoscenza, essendo stato allievo di Verrocchio, vale a dire di uno dei maggiori fonditori in bronzo dell'epoca. Da questi apprende certamente la tecnica della fusione a cera persa, risalente all'età classica e riportata in auge nel Quattrocento nel quadro di una più generale tendenza all'imitazione dell'antico.

Essa prevede la realizzazione di un'anima in terra refrattaria, cioè resistente alle alte temperature (di solito argilla), sbozzata sommariamente e ricoperta di uno strato di cera, poi modellato fino ad assumere quello che dovrà essere l'aspetto definitivo della statua. Il modello così realizzato viene racchiuso in una cappa anch'essa in terra refrattaria, in cui sono predisposti i canali di colata. Il tutto, detto in gergo forma, viene calato nella fossa di fusione per la cottura, che ha la doppia funzione di asciugare e solidificare l'argilla e di sciogliere la cera la quale, fuoriuscendo, lascia fra l'anima e la cappa una intercapedine destinata a venir poi occupata dal bronzo. A questo punto si può procedere alla colata vera e propria, cui seguono l'eliminazione della forma e i lavori di rifinitura.

Questa tecnica presenta tuttavia una serie di inconvenienti, che nel caso di statue di grandi dimensioni possono diventare degli handicap insormontabili. Infatti, l'irregolarità dello spessore della cera, dovuta al fatto che l'anima sottostante è sbozzata solo in modo sommario, rende a sua volta irregolare lo spessore del bronzo, con la doppia conseguenza di dover impiegare più metallo di quanto sarebbe in effetti necessario e di non poterne calcolare in anticipo la quantità occorrente, a rischio di non riuscire a concludere la colata.

Per Leonardo, che ha bisogno di alleggerire il più possibile il peso della statua, è invece essenziale ottenere un spessore del bronzo ridotto al minimo e uniforme. La tecnica della fusione a cera persa non è quindi adeguata allo scopo e l'artista, riprendendo una variante già in uso per la realizzazione di rilievi ma non ancora adottata nella statuaria a tutto tondo, elabora un procedimento nuovo, che verrà poi teorizzato da Vasari e che nelle sue linee essenziali continua ad essere impiegato ancora oggi.

Tale procedimento prevede innanzitutto la realizzazione di un modello di argilla identico a quella che sarà la scultura finita. Del modello viene effettuato un calco in gesso che, per poter essere staccato dall'originale senza rompersi, è realizzato in un gran numero di pezzi (tasselli), ciascuno contrassegnato, così da poterli poi riaccostare nel giusto ordine. Il calco viene quindi ricomposto in due metà, all'interno delle quali si stende uno strato uniforme di una sostanza malleabile - ad esempio cera - che Leonardo chiama grossezza.

All'interno del calco, in modo da riprenderne esattamente la forma, viene realizzata in materiale refrattario l'anima (o maschio), rinforzata con strutture metalliche di sostegno.
A questo punto, le due metà del calco vengono chiuse sul maschio dopo aver tolto la grossezza e, nello spazio lasciato vuoto da quest'ultima, si procede a colare della cera. Eliminato anche il calco, la superficie della cera viene lisciata e rifinita e infine ricoperta con la cappa di fusione.

La forma così ottenuta può ora esser calata nella fossa, pronta per la cottura e la colata.
Con questa tecnica, più sofisticata e complessa di quella tradizionale, Leonardo raggiunge gli obiettivi che si è proposto: il controllo puntuale dello spessore del bronzo, garantito grazie all'utilizzo della grossezza, e la possibilità di calcolare, mediante un preciso rapporto fra unità di peso della grossezza e unità di peso del bronzo, la quantità di metallo necessaria alla fusione.


Tratto dal Cap. 5 de "Un Cavallo per il Duca"
Anthelios Editore


< I due cavalli

< Nascita di un monumento

> Il problema della colata

> Bibliografia
 



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