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10 maggio 2014 ore 11.00

13th Adriano Buzzati-Traverso Lecture

La presentazione del libro Perché non possiamo non dirci africani si tiene in Sala Conte Biancamano.
Ingresso da via Olona 6bis (ingresso diretto alla Sala)
 
 

Perché non possiamo non dirci africani

Guido Barbujani
Dip. Di Scienze della Vita e Biotecnologie - Università di Ferrara

 

Siamo tutti diversi e dal nostro aspetto fisico è possibile indovinare le nostre origini geografiche (con una certa approssimazione e con un certo margine d’errore). Nonostante questo, più di due secoli di tentativi (più o meno seri) di classificazione razziale umana si sono conclusi con un fiasco. Fra le decine di cataloghi razziali prodotti, contenenti da un minimo di una a un massimo di oltre 200 razze, l’unico elemento in comune è che ognuno smentisce tutti gli altri. Negli anni Sessanta Frank Livingstone ha proposto per primo che il concetto di razza non si applichi all’uomo. Theodosius Dobzhansky, nel sottolineare che i comuni diritti umani non ci derivano dall’essere tutti uguali, ma tutti umani, gli ha risposto esprimendo fiducia che la biologia in futuro potesse definire con certezza quante e quali siano le razze umane.

 

Il futuro è arrivato e i moderni studi sul genoma ci hanno permesso di capire perché fosse così problematico individuare razze biologiche nell’uomo. Nella nostra specie non si trovano le nette differenze geografiche che separano gruppi diversi in altre specie (per esempio, nell’orangutan) e rendono possibile al loro interno una classificazione in sottospecie o razze. Molte caratteristiche umane, dai gruppi sanguigni alla capacità di digerire il latte, dalla capacità di percepire certi sapori alla tendenza a rispondere a trattamenti farmacologici, dipendono da alleli cosmopoliti, cioè presenti, a frequenze diverse, in tutti i continenti. Solo una piccola parte delle varianti genetiche dell’umanità è specificamente europea o asiatica, mentre circa un quarto di queste varianti è esclusivamente Africana. Ogni popolazione è in qualche modo diversa da ogni altra popolazione, ma ciascuna contiene, in media, quasi il 90% della diversità dell’intera specie, cosicché le differenze fra popolazioni sono in realtà sfumature in una variabilità continua, al cui interno è arbitrario tracciare linee di separazione.

Comprendere la diversità umana è fondamentale per impostare correttamente la ricerca clinica e per lo sviluppo di nuovi farmaci. Ma, al di là delle applicazioni pratiche, lo studio della diversità del nostro genoma ci sta facendo capire la storia dell’umanità, dall’uscita dall’Africa di un piccolo gruppo di cacciatori ai processi di espansione, isolamento e contatto che hanno dato forma alle nostre differenze.

 




Quando

10 maggio 2014 ore 11.00

 

Dove

Sala Conte Biancamano
Ingresso da via Olona 6bis
(ingresso diretto alla Sala)

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