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LE STORIE

Zolfo

Sai di cosa trattava una tesi di laurea del 1863? Dello zolfo.

La tesi in questione è una “Dissertazione sul Solfo”#1 sostenuta da Raffaele Ragazzoni per essere dichiarato Dottore in Chimica nella Regia Università di Torino, il 1 agosto 1863.

La tesi fornisce precise descrizioni di tutte le principali esperienze che, a quella data, i chimici internazionali avevano prodotto sulla materia: estrazione, punti di fusione, prodotti di raffinazione.

Vediamo di addentrarci un po’ nella tesi…
Il metalloide zolfo ha un comportamento molto particolare cioè ha la capacità di formare diversi acidi combinandosi con gli atomi di ossigeno. Questa particolare struttura porta lo zolfo ad essere il materiale fondamentale per la produzione industriale nel settore della chimica di base con innumerevoli prodotti derivati.

Il documento apre due scenari rispetto alla chimica italiana. Da un lato introduce alla nascita dell’industria di estrazione dello zolfo, di come abbia cambiato il volto di molte regioni del nostro paese incidendo profondamente sulla struttura della nostra economia; dall’altro segna la contemporanea nascita di generazioni di chimici che su quest’industria hanno trovato un primo stimolo ed hanno creato una comunità di scienziati teorici e di tecnici che daranno vita, nel 20 secolo, all’industria chimica italiana.

L’Italia è ricca di zolfo ed è stato scritto persino un Poema sullo Zolfo da parte del Conte Vincenzo Masini cesenate, nel 1759. Si tratta di una composizione poetica di carattere scientifico che si inserisce nella tradizione dell’osservazione naturale secondo lo stile in uso alla poesia scientifica del 18 secolo.
È Giulio Provenzal che annota il titolo di tale opera su un foglio#2 che troviamo nella cartella dedicata allo zolfo e nella biblioteca del Museo è presente proprio il libro in questione.

Lo zolfo in Italia si concentra in Sicilia e nella zona della Romagna e di Cesena in particolare.

Vincenzo Masini elabora il suo poema sullo zolfo in tre parti. La prima riguarda la vicenda dell’estrazione dello zolfo e la sua costituzione in industria dell’estrazione, la seconda parte è quella relativa alla sua trasformazione in minerale e la terza è la descrizione degli usi dello zolfo più diffusi nel 18 secolo.

Molto interessanti sono le parti in cui spiega come viene rilevata una possibile vena di zolfo: bisogna prestare massima attenzione ad alcuni segnali ed indizi di presenza del minerale come sassi particolari contenenti il minerale o acque biancastre superficiali che hanno l’odore tipico dello zolfo. Questa tecnica è rimasta in vigore per tutto il 19 sec.; ad esempio, la scoperta delle miniere marchigiane nel 1873, avvenne esattamente in questo modo: “In una pozza d’acqua le bestie da lavoro rifiutano di abbeverarsi perché, in superficie, si forma un «panno indefinito» da cui emana un cattivo odore. Il contadino proprietario del podere in cui c’è la pozza d’acqua avverte il parroco di Cabernardi, don Tommaso Vitaletti, «il quale a sua volta fece venire un perito di Arcevia»”.

È nel sottosuolo che va cercato l’unico minerale in grado di fornire zolfo in grande quantità e in forme utilizzabili. Le modalità di scavo dei tunnel sono, al 1759, estremamente primitive e i minatori sono obbligati a seguire il percorso, a volte tortuoso della vena, cercando di estrarre il minerale anche a diversi livelli di altezza. La scoperta della vena è preceduta dal passaggio attraverso diversi strati di materiale che sono immediatamente riconosciuti come altrettanti indizi della presenza dello zolfo.

Il lavoro di estrazione è un lavoro durissimo e a quei tempi ancora più complesso: al buio, in anditi stretti o appena capaci di contenere un uomo, la ricerca dello zolfo avviene di solito su strati superficiali, ma spesso è necessario costruire una rudimentale galleria per evitare i crolli. Altri rischi sono rappresentati dalle esalazioni, dall’acqua, dalla mancanza d’aria ed è per questo che vengono aperti dei pozzi laterali di ventilazione.

Dall’estrazione si passa poi alla fase di raffinazione del materiale che avviene in luoghi provvisori che seguono passo passo l’estrazione del minerale e il fornello rappresenta il sistema principale per ricavare lo zolfo allo stato di polvere.

La raffinazione dello zolfo viene realizzata attraverso il metodo della “distillazione”. Il minerale che contiene al suo interno lo zolfo, chiamato “ganga” fatto di calcare, di gesso o di materiale legato alle marne viene ridotto in pezzi e riscaldato in un recipiente dove lo zolfo si scioglie, vaporizza. Attraverso una condotta forzata i vapori vengono passati in un secondo recipiente dove si condensa e si raccoglie in pani. Tutte queste fasi di lavorazione li troviamo già nel De Re Metallica nel 1556.

Per ottenere pani di zolfo con un maggior grado di purezza il materiale condensato veniva di nuovo reinserito nel procedimento di distillazione. Il prodotto finale sono i pani di zolfo giallicci che vengono così trasportati sotto forma di cristalli nei porti per la spedizione.

Ma a quel tempo a cosa serviva lo zolfo?

Gli utilizzi dello zolfo sono illustrati nel III libro e si riferiscono soprattutto all’uso in agricoltura, in medicina e nell’industria delle armi. L’uso di antinfestante in agricoltura è il primo e più importante utilizzo dello zolfo in polvere: l’uso per la viticoltura è tra quelli più diffusi.
Il secondo uso segnalato è quello in medicina come regolatore biologico indicato nella cura dell’asma e della tosse convulsiva. L’uso in medicina diviene sempre più importante anche per la sua virtù di disinfettante. Per ultima viene indicata l’applicazione dello zolfo per uso militare e per le armi da fuoco.

Alla base dell’utilizzo dello zolfo sta lo studio della chimica che attraverso la progressiva acquisizione di strumenti metodologici si sta stabilizzando come scienza.
Fuoco e zolfo sono quindi le chiavi per la ricerca di quei principi che conducano a nuovi risultati scientifici e nuovi ritrovati per il progresso dell’umanità.

La Mappa degli Zolfi siciliani del 1954#3, a cura dell’Ente Zolfi Italiani si riferisce ad un analisi effettuata sul campo per capire la consistenza delle vene di zolfo presenti in Sicilia. L'area interessata dai grandi giacimenti è quella centrale dell'isola ed è compresa tra le province di Caltanissetta, Enna ed Agrigento, l'area è anche nota ai geologi come altopiano gessoso-solfifero. L'area mineraria si estende anche fino alla Provincia di Palermo e alla Provincia di Catania.
L’Ente Zolfi Italiani fu il punto finale di una strategia che, iniziata nei primi anni del XIX secolo, aveva l’obiettivo di creare una filiera dello zolfo che potesse integrare l’attività di estrazione con quella di trasformazione attraverso una verticalizzazione dei prodotti. Infatti nell’articolo del 1938#4 viene auspicata la creazione “dell’Ente dello zolfo italiano per risolvere il problema solfifero nei suoi veri termini: assestamento tecnico ed economico degli esercizi minerari e miglioramento delle condizioni sociali dei lavoratori”.

E oggi che fine ha fatto lo zolfo italiano? E le miniere di zolfo?

Il vero fattore scatenante della crisi dello zolfo italiano è stata la concorrenza internazionale che ha iniziato ad affacciarsi verso la fine del 19 secolo.

Sin dalla formazione del monopolio naturale dello zolfo si era affacciata l’ipotesi di metodi alternativi per ricavare l’acido solforico da altri minerali. Il tentativo che ebbe più successo fu quello di impiegare le piriti e i minerali di ferro e per questo fu utilizzato un particolare procedimento tecnico messo a punto in Germania. Con l’utilizzo dei minerali di ferro presente nel nord Europa, si mise fine al monopolio dello zolfo.

Il tentativo di cercare nuove soluzioni per ricavare l’acido solforico si unì, in questi anni, con la caduta dei prezzi del mercato internazionale di zolfo.

I sistemi di produzione della soda di Ernest Solvay produssero inoltre un ulteriore colpo allo zolfo ottenendo soda artificiale ad un costo ancor più basso. Il progresso della chimica di base nello sfruttamento delle piriti portò una ulteriore diminuzione nell’utilizzo dello zolfo siciliano nel continente europeo.

Le grandi fabbriche, come la Saint Gobain, cominciarono ad utilizzare questo minerale e così moltiplicarono le importazioni delle piriti .

Mentre il mercato degli Stati Uniti continuava ad essere privilegiato per l’esportazione dello zolfo isolano, il mercato europeo aveva progressivamente dismesso l’importazione del minerale e i produttori siciliani si trovarono di fronte ad una scelta: o rinunciare a scavare la quantità di minerale che veniva inviato in America oppure fare in modo di ridurre i costi di produzione per tentare di contrastare il mercato europeo delle piriti. Questa modifica del mercato delle materie prime fece comunque capire che il destino delle piccole miniere siciliane non aveva più grande futuro e che la strategia per continuare a rendere conveniente il prodotto poteva essere solo quella di creare degli impianti con grandi lavorazioni meccaniche di tipo industriale e di concentrare la propria attività inserendo sin dalla fase dell’estrazione, tecnologie e metodi di lavorazione più moderni.

Il sistema delle miniere romagnole e marchigiane che affrontava, nello stesso periodo, i problemi legati alla concorrenza internazionale aveva però da tempo avviato alcune razionalizzazioni della produzione favorita sia dalla presenza di infrastrutture ferroviarie presenti, sia dalla presenza di poche società minerarie partecipate anche da capitale estero.

Ciò che nelle miniere siciliane risultava estremamente complesso, per la zona marchigiano-romagnola divenne rapidamente un risultato utile per avviare la necessaria modernizzazione. Esse ammodernarono notevolmente i vari sistemi e continuarono a raffinare il minerale determinando l’aumento della quota della produzione continentale rispetto a quella siciliana.

Al contrario in Sicilia, i provvedimenti adottati non fecero altro che prolungare inutilmente la lenta agonia del settore zolfifero fino a quando la liberalizzazione del mercato voluta dal Mercato Europeo Comune non ne ha decretato la fine. A partire dal 1975 varie leggi hanno prodotto la progressiva chiusura delle miniere; oggi non ne rimane nessuna in attività.

Oggi esistono musei e parchi minerari nelle zone dove prima c’erano le miniere: nelle Marche esiste il “Parco museo minerario delle miniere dello zolfo” e in Sicilia, nel 1988, con la chiusura definitiva di tutti gli impianti, sono sorti il Parco minerario Floristella-Grottacalda e la Cittadella dello zolfo a Catania.

Ai nostri giorni le miniere del territorio offrono spunti interessanti per itinerari culturali o per studi di archeologia industriale.

Chi lavorava in una miniera siciliana di zolfo?

Trasformatosi da contadino in zolfataio e faticosamente adattandosi ad un mondo angusto e senza luce, quest'uomo aveva cercato il proprio riscatto nelle viscere della terra, dove tuttavia le condizioni di lavoro erano estremamente disumane. Era un lavoro duro quello del minatore che, ogni mattina prima dell'alba, sprofondava la propria vita a diverse centinaia di metri sotto terra, muovendosi tra stretti e maleodoranti cunicoli, con la morte sempre in agguato. La loro storia è ormai indissolubilmente legata alla zolfara. E alla zolfara è legata anche la storia di coloro che lavoravano in miniera, detta surfatara, e dei bambini, i carusi, impiegati fin dalla tenera età negli oscuri cantieri sotterranei.

L'essere stata per oltre due secoli una delle attività più dure ma più diffuse nella Sicilia ha fatto della zolfara uno degli argomenti più toccati da poeti, scrittori, romanzieri e cantastorie. Tra questi ricordiamo: Alessio Di Giovanni, Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Carlo Levi, Giovanni Verga, Andrea Camilleri (video su memoro.org “La fine delle miniere di zolfo”).

PER SAPERNE DI PIU'

BIBLIOGRAFIA

Il zolfo: poema del conte Vincenzo Masini cesenate in tre libri diviso, con varie annotazioni scientifiche ed erudite. In Cesena, 1759 | VET D.382

Vittorio Camis, Oreste Lattes, Le miniere e le cave. Milano, 1884 | D.1370

Federico Squarzina, Notizie sull’industria mineraria nel Mezzogiorno d’Italia. Industria Mineraria, 1963| MISC E.969

Louis Figuier, Les Merveilles de l’industrie ou description des principales industries modernes. Paris, 1873 | E.1381

Giuseppe Rebecchini, Le vie dello zolfo in Sicilia: storia ed architettura. Roma, 1991 | D.6055

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